Lettera alla Fibromialgia
Sei arrivata come fanno le cose vigliacche:
in silenzio, senza volto, senza prove.
Ti sei infilata nel mio corpo mentre nessuno guardava
e hai iniziato a smontarmi pezzo per pezzo.
Mi hai preso il corpo
e lo hai reso inservibile.
Ti sei sporcata del mio sangue
perché è la mia vita che stai rubando giorno dopo giorno.
È con il mio sangue che ti nutri,
con le mie notti insonni,
con i miei risvegli senza forza,
con i miei sogni rimandati,
con le parti di me che non ho potuto vivere.
Mi hai rubato il diritto alla leggerezza.
Mi hai insegnato che il riposo non riposa,
che il sonno non salva,
che ogni risveglio può essere una nuova sconfitta.
Hai preso il mio tempo
e lo hai trasformato in attesa.
Attesa che passi.
Attesa che migliori.
Attesa di tornare quella di prima.
Ma io quella di prima
non ci torno.
Perché mi hai cambiata.
Mi hai spezzata.
E mi spezzi ancora.
Hai trasformato il mio corpo in una trappola.
Un luogo inaffidabile.
Un territorio che mi tradisce
anche quando non faccio nulla.
Mi hai tolto la dignità del dolore evidente.
Niente ossa rotte.
Niente ferite da mostrare.
Solo un male che pulsa sotto pelle
e che gli altri si sentono liberi di giudicare.
Mi hai fatto odiare lo specchio.
Il peso che cambia.
La rigidità.
La faccia stanca che non riconosco più.
E soprattutto
mi hai fatto dubitare di me.
Del mio dolore.
Della mia verità.
Questa è la violenza peggiore:
non il dolore in sé,
ma il sospetto continuo
di non essere legittima.
Mi hai costretta a diventare credibile.
A spiegarmi.
A giustificarmi.
A sentirmi in colpa per il dolore che provo
e per il riposo di cui ho bisogno.
E mentre io lottavo per restare in piedi,
tu mi insegnavi la solitudine vera:
quella che esiste
anche in mezzo agli altri.
Perché nessuno sa cosa vuol dire
abitare un corpo che non risponde,
pensare con la nebbia in testa,
vivere con un dolore che non fa rumore
ma che divora lentamente.
Mi hai fatto perdere cose che non tornano:
tempo,
opportunità,
parti di me che non sapevo fossero fragili
finché non le hai spezzate.
Mi hai convinta, per un po’,
che fossi io il problema.
Io troppo sensibile.
Io troppo stanca.
Io troppo fragile.
No.
Non sono io il problema.
Il problema sei tu.
Sei una malattia cronica.
Sei perdita.
Sei limite imposto.
Sei rabbia non scelta.
E no,
non ti ringrazio.
Se resto in piedi
non è grazie a te.
È nonostante te.
Sei la voce di tutto ciò che ho taciuto,
ma questo non ti rende innocente.
Sono stanca di dover essere credibile
mentre sto male.
Stanca di tradurre il dolore
in parole accettabili per gli altri.
Stanca di dover essere forte.
A volte ti odio.
A volte odio chi non ti ha
e non capisce cosa vuol dire averti.
A volte odio il mio corpo
perché non risponde.
A volte vorrei solo non sentire.
Non crescere.
Non guarire.
Non imparare nulla.
Solo riposare da me.
La parte peggiore
non è il dolore fisico.
È il sospetto costante
di stare sprecando la vita
mentre cerco di sopravvivere.
È guardare gli altri andare avanti
e sentirmi ferma
in una stanza dove nessuno entra davvero.
Non c’è poesia in questo.
Non c’è insegnamento.
C’è solo dolore nel dolore.
C’è solo una persona
che continua a vivere
anche quando non ne ha voglia,
anche quando non ne vede il senso.
E se questo
è tutto quello che riesco a fare oggi,
allora
è più che abbastanza.
Ora ascoltami bene:
io non sono la mia fibromialgia.
Sono la donna
che è sopravvissuta anche a te.
E tu,
per quanto brutale,
non sei riuscita
a cancellarmi.
🌸𝗖𝗼𝗻 𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲,
𝗩𝗮𝗹𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗔𝗹𝗯𝗮𝗻𝗼
𝗜𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗨𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗛𝗬𝗟 – 𝗙𝗼𝗻𝗱𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲 𝗱𝗶 𝗙𝗶𝗯𝗿𝗼𝗟𝗼𝘃𝗲 𝗲 𝗱𝗶 𝗟𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗗𝗼𝗻𝗻𝗮
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