Fibromialgia: non tutto è fibromialgia. Per amore della chiarezza e del rispetto verso chi convive con questa malattia.

Nei gruppi di supporto, nelle community online e sotto tanti post a tema fibromialgia, capita sempre più spesso di leggere commenti del tipo: “Anche questo sarà la fibro…”, “Sento questo sintomo strano, sicuramente è la fibromialgia”, o ancora “Mi fa male tutto, sarà colpa della fibro”.

Comprendo bene il bisogno di trovare un nome, una spiegazione, un contenitore in cui inserire quel malessere che a volte sembra non avere né capo né coda. So quanto sia difficile sentirsi prese sul serio, soprattutto quando per anni ci siamo sentite dire che era tutto nella nostra testa.

Ma proprio per questo, oggi desidero portare una riflessione scomoda ma necessaria.

No, non tutto può essere attribuito alla fibromialgia. E continuare a farlo rischia di farci male.

Il rischio del “calderone”

La fibromialgia è già una sindrome complessa, multifattoriale, poco conosciuta e spesso mal interpretata. Se iniziamo a far rientrare qualsiasi sintomo, disagio o manifestazione fisica sotto la sua etichetta, rischiamo di trasformarla in un “calderone” caotico dove tutto vale, ma nulla è davvero chiaro.

Il problema non è solo terminologico. È clinico, sociale e umano.

Quando chiunque comincia a dire “è la fibro” per ogni mal di testa, vertigine, difficoltà digestiva o problema della pelle, rischiamo due cose gravi:

1. Perdiamo lucidità su ciò che ci sta realmente accadendo
Non tutto è legato alla sindrome fibromialgica: potremmo avere carenze nutrizionali, intolleranze, altre patologie da indagare, effetti collaterali di farmaci, o semplicemente malesseri comuni. Etichettare tutto come “fibromialgia” ci allontana dalla possibilità di prenderci davvero cura di noi.


2. Screditiamo la gravità e la complessità della fibromialgia stessa
Quando tutto diventa “fibro”, la fibromialgia smette di essere una diagnosi seria e specifica, e diventa un contenitore vuoto. E se già ora facciamo fatica a farla comprendere a medici, familiari e datori di lavoro… figuriamoci quando viene dipinta come la “malattia di tutto e di niente”.



La responsabilità di informare e distinguere 

Come coach, come donna con la fibromialgia e come professionista del benessere, sento la responsabilità di contribuire a portare più consapevolezza e verità.
Questo non significa negare i sintomi né minimizzare il dolore di chi vive ogni giorno nella confusione del proprio corpo. Tutt’altro.

Significa invitare a distinguere, osservare, approfondire.
Significa dire a sé stesse: “Aspetta, forse questo non è la fibro. Indago, ascolto, mi prendo cura.”

A volte serve un diario dei sintomi, un confronto con un professionista serio, un dialogo onesto con il proprio medico, o anche solo la disponibilità a restare qualche minuto in ascolto del proprio corpo, senza fretta di trovare subito una spiegazione.

Verso una comunità più forte e credibile

Se davvero vogliamo che la fibromialgia venga compresa, riconosciuta, tutelata… dobbiamo essere noi le prime a costruire un linguaggio e una narrazione più onesta, precisa, rispettosa.

Diamo voce al dolore, ma anche alla verità.
Raccontiamo la nostra esperienza, ma evitiamo di generalizzare.
Siamo una comunità fatta di donne forti, consapevoli e in cammino: non ci serve un’etichetta in più, ci serve uno sguardo più attento.

Valerita Albano
Insegnante Ufficiale HYL
Fondatrice di FibroLove e di Liberamente Donna

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