La verità è che più aspettavo, più morivo dentro...
Lo ricordo ancora adesso, benché siano passati anni: quanto ho atteso che lui, l’uomo che avrebbe determinato tutta la mia vita, tornasse a casa.
Ho aspettato una vita intera che smettesse di lavorare e, per una volta, scegliesse me.
Del resto, ero sua figlia. Come avrebbe potuto non scegliere me?
E invece c’era sempre un problema. Un’urgenza.
Una situazione che chiedeva la sua presenza.
E tutto era sempre più importante di me.
Ma io, che avevo 5, 6, forse 7 anni al massimo, non lo capivo.
Non capivo il senso del dovere o della responsabilità.
Io sapevo solo una cosa: aspettavo.
E troppe volte mi sono sentita invisibile.
Ho atteso così tanto che lui tornasse a casa per giocare con me,
che ho passato una vita ad aspettare.
E quell’attesa ha generato dentro di me uno schema.
Uno schema che si è ripetuto per decenni.
E che, ancora adesso, si ripete.
Ho aspettato così tanto…
che mi sono dimenticata di me.
Per una vita intera ho aspettato.
Ho aspettato – e forse aspetto ancora – che qualcuno mi scelga.
Che mi metta al primo posto.
Che mi guardi con occhi pieni e mi dica:
“Tu sei importante per me.”
Ho aspettato con il cuore in gola.
Nei messaggi che non arrivavano.
Nei silenzi che facevano più rumore di qualsiasi urlo.
Nel lavoro che veniva sempre prima.
Proprio come accadeva con mio padre.
E mentre il tempo passava… io restavo lì. Ferma.
A credere che, se solo avessi avuto ancora un po’ più di pazienza, forse…
Ma la verità è che, mentre aspettavo,
mi perdevo.
Più aspettavo, più morivo dentro.
Un pezzetto alla volta. In silenzio.
Sorridendo fuori. Crollando dentro.
Oggi mi sono guardata.
E mi sono vista spenta.
Stanca.
Sfinita di vivere così.
Perché di vivere così non ne ho più voglia.
Non ho più voglia di aspettare.
Persa tra sogni congelati, parole non dette, amore a metà.
Mi sono chiesta: dove sono finita io?
Quella vera.
Quella che rideva forte.
Che amava ballare.
Che credeva ancora nell’amore.
Quella che aveva ancora speranza.
E il corpo… lo sa, lo ha sempre saputo.
Il mio corpo ha iniziato a gridare il mio dolore.
La mia sofferenza.
Il mio sentirmi invisibile.
Lo ha fatto con la stanchezza che non passava mai.
Con il dolore muto che si faceva spazio nei muscoli, nelle ossa, nell’anima.
Con la fibromialgia, che è arrivata come una messaggera,
quando io non sapevo più dire niente.
Il corpo ha iniziato a urlare,
perché io avevo smesso di parlare.
Di dire.
Di chiedere.
Non mi sapevo più ascoltare.
Il corpo lo ha sentito prima di me.
Si è indurito. Si è appesantito.
Ha iniziato a raccontare quel dolore che io non riuscivo più a dire.
Perché avevo esaurito le parole.
Perché a volte dire “basta” non basta, cazzo.
Il mio corpo racconta quello che io ho smesso di dire:
💔 Che sono stanca di essere invisibile.
💔 Che non voglio più accontentarmi.
💔 Che desidero ardentemente essere scelta, sentita, amata per quella che sono.
Oggi non voglio più vivere in attesa.
Voglio vivere nei gesti veri, non nelle promesse.
Nelle presenze piene, non nei vuoti da giustificare.
Voglio vivere di istanti, non distanti.
Voglio sentirmi al sicuro, non perché qualcuno me lo promette,
ma perché io non mi lascio più indietro.
La bambina che ero aspettava qualcuno che le dicesse:
“Hai ragione. Vai bene. Ti amo.”
Oggi glielo dico io.
Con la voce spezzata, ma sincera.
Con le lacrime agli occhi, ma con tutta la forza che ho.
Non scrivo queste parole per chiudere.
Le scrivo per aprire.
Per dire che il mio cuore… forse è ancora qui.
E anche se oggi è spezzato,
anche se è arrabbiato,
anche se è deluso…
non ha smesso di cercare amore.
Non da qualcuno fuori.
Ma da me.
Perché se c’è una cosa che ho imparato è questa:
L’attesa non mi salva. L’amore per me, sì.
🌿 Se ti riconosci in queste parole, non sei sola.
Scrivimi. Raccontati. Respiriamo insieme.
Con amore,
Valerita Albano
Insegnante Ufficiale HYL
Fondatrice di FibroLove e di Liberamente Donna
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