Essere malati e non essere creduti è una forma di violenza.

In occasione della Giornata Mondiale della Fibromialgia ho pubblicato una frase che ha colpito profondamente molte persone:

“Essere malati e non essere creduti è una forma di violenza.”

Oggi voglio portarvi con me nell’analisi psicologica e neurosemantica di questa frase, dei suoi risvolti emotivi e di ciò che significa davvero, per chi soffre, vivere costantemente nell’invalidazione del proprio dolore.

“Essere malati e non essere creduti è una forma di violenza.”

È una frase forte.
Ma chi vive con una malattia cronica invisibile spesso sa esattamente cosa significa.

Perché il dolore fisico, da solo, è già difficile.
Ma il vero trauma nasce quando al dolore si aggiunge l’invalidazione.

Quando ti senti dire:
“è stress”,
“sei troppo sensibile”,
“devi reagire”,
“non sembri malata”,
“secondo me ci pensi troppo”.

In quel momento non viene negata solo la malattia.
Viene negata la tua esperienza.

Ed è qui che nasce una ferita psicologica profonda.

Perché ogni essere umano ha bisogno di sentirsi riconosciuto nella propria realtà, soprattutto quando è vulnerabile.

Quando invece il tuo dolore viene minimizzato o messo in dubbio, inizi lentamente a vivere una frattura interiore:

“Se nessuno mi crede… allora forse il problema sono io.”

E questa cosa distrugge.

Distrugge la fiducia in sé stessi.
Distrugge il senso di sicurezza.
Distrugge la libertà di esprimere il proprio dolore senza vergogna.

Molte persone con fibromialgia vivono per anni in uno stato di allerta continua:
– si giustificano continuamente;
– reprimono emozioni;
– fingono di stare bene;
– si sentono un peso;
– smettono di sentirsi al sicuro nel mostrarsi vulnerabili.

E tutto questo non resta solo nella mente.

Il cervello cambia continuamente in base alle esperienze vissute.

Quando una persona vive per anni:
invalidazione, stress emotivo, paura di non essere creduta, senso di colpa e tensione costante…
anche il sistema nervoso resta in uno stato cronico di difesa.

E questo può amplificare:
– dolore;
– stanchezza;
– ansia;
– ipervigilanza;
– esaurimento emotivo.

Perché il corpo non vive solo la malattia.

Vive anche il significato emotivo che quella malattia assume.

E se ogni giorno il messaggio ricevuto è:
“il tuo dolore non è valido”,
“sei esagerata”,
“devi smetterla”…

il cervello associa la sofferenza non solo al sintomo fisico,
ma anche al rifiuto, alla vergogna e alla solitudine.

Ed è questo che molte persone non comprendono.

La fibromialgia non ferisce solo il corpo.

Ferisce la dignità.
Ferisce l’identità.
Ferisce il rapporto con sé stessi.

Perché soffrire è devastante.

Ma soffrire…
e contemporaneamente non essere creduti…
può spezzare una persona dentro.

Valerita Albano
Insegnante Ufficiale HYL
Fondatrice di FibroLove e di Liberamente Donna

© 2026 Valerita Albano – Tutti i diritti riservati.


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