Quando abbiamo imparato che uscire dalle righe era sbagliato?

Ho pochi giorni di ferie.

E mi sono accorta di essere stanca.
Non soltanto fisicamente.
Stanca di fare, organizzare, pensare, incastrare.

Anche quando finalmente avrei tempo per fermarmi, una parte di me continua a cercare qualcosa da fare.

Così ho deciso di fare una cosa semplice.

Ho comprato un album di mandala e ho iniziato a colorare.

L'ho fatto pensando anche alla mia parte bambina.

Quella che non deve produrre.
Non deve essere utile.
Non deve dimostrare niente.

Deve soltanto giocare.

E mentre coloravo è successo qualcosa di curioso.

Mi sono ritrovata davanti a una delle prime regole che abbiamo imparato da bambine:

non uscire dalle righe.

E mi sono accorta che, ancora oggi, quando il colore supera il bordo, dentro di me compare immediatamente una sensazione:

“Ho sbagliato.”

Un piccolo mandala mi ha portato a una riflessione molto più grande.

Cosa abbiamo imparato davvero quando ci hanno insegnato a stare dentro le righe?

All'inizio è educazione.

Impariamo a seguire una consegna.
A rispettare uno spazio.
A sviluppare attenzione.
A comprendere che non tutto può essere fatto senza limiti.

Ma poi le righe cambiano.

Diventano quelle del comportamento.

“Devi essere brava.”
“Non rispondere.”
“Non fare storie.”
“Non deludere.”
“Devi crescere.”
“Devi mettere la testa a posto.”

E persino:

“Mettiti in riga.”

A quel punto la riga non è più sul foglio.

È dentro di noi.

E può diventare un confine invisibile che ci dice quanto possiamo essere diverse, quanto possiamo chiedere, quanto possiamo dire, quanto possiamo desiderare.

Il problema non è avere confini.

Il problema è non sapere più se quei confini li abbiamo scelti oppure li stiamo semplicemente rispettando perché abbiamo imparato che uscire dalle righe significa essere sbagliate.

Ed è qui che il discorso diventa importante anche per chi vive con la fibromialgia.

Perché quante donne hanno imparato a stare dentro le righe fino al punto di non ascoltare più i propri limiti?

Devo farcela.
Devo essere forte.
Non posso fermarmi.
Non voglio pesare sugli altri.
Prima gli altri.
Poi io.

E quando il corpo dice basta?

Arriva il senso di colpa.
Come se riposare fosse sbagliato.
Come se non riuscire fosse una colpa.
Come se il proprio valore dipendesse da quanto si riesce a fare.

E qui entra in gioco qualcosa di ancora più profondo:
l'immagine che abbiamo costruito di noi.

Se dentro di me esiste l'immagine della donna che deve sempre farcela, ogni limite sembrerà un fallimento.

Se esiste l'immagine della donna che deve essere sempre disponibile, ogni “no” sembrerà egoismo.

Se ho imparato che essere forte significa non avere bisogno di nessuno, chiedere aiuto può farmi sentire debole.


Se esiste l'immagine della donna che deve essere brava, ogni deviazione sembrerà inadeguatezza.

E allora forse il cambiamento non consiste nel buttare via tutte le righe.

Alcune righe ci educano.

Altre ci proteggono.

Altre ancora, però, potrebbero essere diventate semplicemente gabbie che continuiamo a chiamare regole.

La domanda allora diventa:

👉 Quali sono le mie righe?
👉 Chi le ha tracciate?
👉 Quali scelgo ancora oggi?
👉 E quali continuo a rispettare soltanto per paura di sentirmi sbagliata?

Forse crescere davvero non significa imparare a stare sempre dentro le righe.

Significa imparare a riconoscere quando una riga ci educa e quando ci cancella.

E magari, qualche volta, possiamo prendere un colore e uscire volontariamente dal bordo.

Non per ribellarci.

Ma per ricordarci che essere fuori dalle righe non significa necessariamente essere sbagliate.

A volte significa semplicemente essere noi. 💗


𝗖𝗼𝗻 𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲,
𝗩𝗮𝗹𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗔𝗹𝗯𝗮𝗻𝗼
𝗜𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗨𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗛𝗬𝗟
𝗙𝗼𝗻𝗱𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲 𝗱𝗶 𝗙𝗶𝗯𝗿𝗼𝗟𝗼𝘃𝗲 𝗲 𝗱𝗶 𝗟𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗗𝗼𝗻𝗻𝗮

© 2026 Valerita Albano – Tutti i diritti riservati.





Commenti

Post popolari in questo blog

Lettera alla Fibromialgia

La fibromialgia e le ferite dell’anima: un viaggio di guarigione.

La multifattorialità sociale non è social